Dopo Covid-19: che fare?

Umberto Boccioni, “Elasticità”, 1912

Di vitale importanza è l’idea della cultura come strumento fondamentale di costituzione dell’identità storica, perché la stessa identità storica si costruisce anche acquisendo la consapevolezza della condizione di essere eredi. Un’eredità, la nostra, che soffre il momento storico e politico che stiamo attraversando da qualche decennio, e più visibilmente negli ultimi anni, sia come cittadini di uno Stato che fa fatica a tutelare i suoi interessi nazionali, sia come appartenenti ad un’Europa dai confini politici poco definiti e in cui i vari attori si presentano come protagonisti di rapporti tra loro asimmetrici. Se si sceglie di considerare cultura ed identità storica come metodi e, più nello specifico, la cultura come un bene civile, va da sé che può risultare utile l’adozione di tali metodi per tentare un abbozzo di una progettualità per il nostro futuro. Questo non implica un nostalgico ritorno ai classici attraverso politiche mirate unicamente alla valorizzazione di prodotti artistici o letterari. Piuttosto, la riscoperta dell’identità nazionale tramite la riacquisizione di ciò che ha reso nazionale l’identità. Ma si può parlare di “identità nazionale”? È giusto utilizzare questa espressione evitando di correre il rischio di essere tacciati di xenofobia? Il senso della comunicazione, che può a buon diritto essere considerata una costola del bene culturale stesso, è quello di portare a conoscenza: tutto quello che non viene comunicato, non esiste. È un principio elementare. La storia che ha caratterizzato l’Italia nel XX secolo ha portato ad una negazione, quando non ad una vera e propria rimozione, di alcuni eventi fondamentali che hanno segnato il processo di sviluppo storico, in particolare quelli che si sono susseguiti nel lasso di tempo che va a partire dagli anni Venti del Novecento fino al secondo dopoguerra. A questo si collega strettamente il concetto di valorizzazione: una valorizzazione del patrimonio storico, artistico e più in generale culturale, attraverso una progettazione ragionata che può passare e forse deve necessariamente passare anche per le imprese, che dovrebbero servirsi di strategie di comunicazione ideate ad hoc.

Che fare? Fare.

Fare sistema, fare impresa, fare storia, fare comunità, fare progetti. Entriamo nel dettaglio.

Fare sistema, ovvero creare le basi per una rete di connessioni che non siano solo virtuali ma che, aiutate certamente da quelle virtuali che il mondo tecnologico ci offre, possano realizzarsi in qualcosa di effettivamente concreto. L’uomo ha una naturale inclinazione ad associarsi, ma ha anche una forte tendenza ad isolarsi: sono concetti ben elaborati da Kant già nel XVIII secolo, ma sembrano oggi assolutamente attuali. Il voler perseguire ad ogni costo il proprio interesse – e non quello nazionale – porta l’individuo ad isolarsi e ad opporre resistenza nei confronti di ogni altro singolo individuo, nella prospettiva che tutti siano realmente interessati solo al tornaconto personale. È questo uno dei motivi che, dopotutto, ha portato il cittadino a disinteressarsi della politica, non più concepita come luogo deputato al dibattito intorno al bene comune, ma come espressione di una rappresentanza non rappresentativa dei bisogni del cittadino. Ed era ancora Kant che ravvisava proprio nella resistenza a cui si è fatto cenno, il motore di avvio del desiderio di ricchezza, onore e prestigio che, ricollocato nel nostro presente, sembra anche essere caratteristica non virtuosa della classe politica dirigente, giustamente osteggiata dai cittadini che, come hanno dimostrato recenti sondaggi, credono che una democrazia senza partiti politici sia possibile, tanto critica è la tendenza riguardo alla fiducia nelle istituzioni. I sistemi che devono essere ricreati, nella visione progettuale del futuro prossimo, sono prima di tutto quelli interni: tra singoli individui, singole associazioni, singole imprese. Una volta ristabiliti i comun denominatori in grado di mettere in collegamento il capitale umano, le risorse economiche ed i prodotti culturali, si potrà allora pensare ad un macro-sistema organizzato. Ruolo fondamentale dovrà necessariamente averlo lo Stato, reo di aver deluso i suoi cittadini che troppo spesso gli contestano inefficienza e poca produttività. Uno Stato che necessita di una burocrazia che agevoli le sue politiche e faciliti la realizzazione di progetti, senza creare i corti circuiti che non di rado si verificano tra esso stesso, imprese e cittadini, portando ad inceppare un sistema che già di per sé si muove con lentezza.  

Fare impresa. È la cultura che deve mettersi al servizio delle imprese o sono le imprese che devono mettersi al servizio della cultura? Probabilmente entrambe le domande sono valide, e trovano risposta nel processo di creazione del sistema di cui si è parlato. Perché questa risposta diventi progettualità concreta e possa trasformarsi in qualcosa di reale, occorre saper comunicare. Ma comunicare la cultura è possibile all’interno di un sistema che in realtà non sembra tutelare come dovrebbe il patrimonio culturale stesso – nel senso più ampio possibile –, a maggior ragione se la si considera come strumento di costituzione di una identità storica? Sì, e ne sono esempio i progetti di restauro e valorizzazione di beni architettonici promossi e finanziati da imprese che hanno scelto di intraprendere la via della valorizzazione come strategia di marketing efficace anche e soprattutto al di fuori dei confini nazionali. In questo senso, allora, spostando la riflessione sul piano filosofico, ci si deve chiedere: libertà di pensiero e libertà di espressione coincidono? Sono esse possibili da coniugare con l’idea di modernità o società «liquida», come la definì Bauman? Una liquefazione, questa, accentuata dalla nascita dei new media che hanno chiarito in modo quanto mai evidente che: l’accrescimento esponenziale delle possibilità del singolo individuo di esprimersi liberamente non è consequenziale alla libertà di pensiero. Il nostro essere inglobati in una enorme rete che crea collegamenti, apparentemente ci consegna l’immagine di una illimitata libertà d’azione, ma in realtà siamo proiettati in un sistema mondialista in cui le linee direttrici sono imposte dai non ancora ben definiti “poteri forti”.

Fare storia, vale a dire informarsi, conoscere ed approfondire, non accontentandosi dello story telling che quotidianamente ci viene raccontato. La storia non può risolvere il presente, ma può aiutare a comprenderlo e a tentare uno sguardo d’insieme sul futuro. Solo sviluppando una sufficiente consapevolezza di sé e di ciò che sta intorno, è possibile riflettere sulla strada che si vuole prendere. Il recupero della storia, quella nostra e anche quella degli altri, è fondamentale per la definizione di un progetto che cerchi di recuperare gli elementi positivi che l’hanno contraddistinta e di evitare invece di ricorrere in errori già commessi e tristemente pagati. La televisione, entrata prepotentemente nelle nostre case negli anni del boom economico della seconda metà del secolo scorso, è servita da strumento fondamentale oltre che per l’intrattenimento anche per l’acculturazione di un Paese ancora molto indietro in termini di istruzione, ma ciò non ha sicuramente favorito lo sviluppo di uno spirito critico degli individui. Quella scatola ha indirizzato e orientato le tendenze della popolazione, ha dato voce – e continua a farlo – ad una classe dirigente che fa promesse e mantiene poco. Il risultato è che, in concreto, gli elettori non si riconoscono più in quelle parole perché vedono che esse non sono seguite da nulla di concreto, oppure, in senso diametralmente opposto, ha fatto credere al cittadino di essere un semplice spettatore, anche nella realtà, in grado di fare poco o niente per cambiare le sorti del Paese.

Fare comunità, ovvero riconoscersi in valori, ideali e scopi che siano il più possibile condivisi da tutti. Se il fine è uno, non sarà difficile raggiungerlo, anche passando per molteplici percorsi. Riprendendo le parole di Aristotele, «è evidente che la comunità esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo». La disaffezione dei cittadini nei confronti di chi governa il Paese parte dal sentimento negativo che il cittadino stesso ha nel sentirsi costantemente un apolide, sradicato fisicamente ed emotivamente. Fisicamente perché spesso costretto alla costante ricerca di un altrove che lo collochi – sempre a tempo determinato – in posti nuovi; emotivamente perché disorientato di fronte alla confusione che la messa in discussione di alcune certezze sta creando. Come, ad esempio, le nuove, molteplici forme di famiglia che si stanno definendo, e la rumorosa rivendicazione da parte di queste di diritti. Ma rivendicare diritti civili senza aver prima rivendicato quelli sociali è sintomo di una grave incomprensione rispetto a quello che sta accadendo nel nostro presente. Il cittadino, così, non si sente più appartenente alla comunità, perché continuamente coinvolto in diatribe che lo vedono protagonista di lotte con il suo prossimo, senza la possibilità di raggiungere il fine ultimo e più nobile che è quello del bene della comunità.

Fare progetti. Qual è la soluzione? Sapersi reinventare costantemente, e questo vale tanto per chi vuole fare impresa quanto per chi lavora negli ambienti politici o culturali, intesi nel senso più letterale del termine. Ideare nuove strategie che sappiano soddisfare il rapporto tra singolo individui (a livello micro) ed il rapporto tra Stati in ambito mondiale (a livello macro). Guardare al futuro, evitare di restare ancorati ad un presente che procede zoppicando ed uscire dalle sabbie mobili che ci tengono bloccati. Non lasciare le scelte nelle mani degli altri, semplicemente perché “ce lo chiede l’Europa” o “ce lo chiede il mercato”. Recuperare l’orgoglio nazionale facendo forza sulle tante opportunità che non sempre arrivano, ma spesso si creano. Avere un ideale da perseguire perché come anche John Ernst Steinbeck scriveva in Furore, «terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’Universo».

Aurora Pepa

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