La peste del Signor G.

Giorgio Gaber, “Anche per oggi non si vola” (1974)

Alla metà degli anni Settanta, Giorgio Gaber portava in scena a teatro uno spettacolo dal titolo “Anche per oggi non si vola” insieme al pittore e paroliere Sandro Luporini, nella Milano che al Signor G. ( così gli estimatori chiamavano Gaber) aveva dato i natali e che li aveva anche fatti conoscere. Da quella tournée nacque poi l’omonimo album, una raccolta di monologhi e canzoni della performance di teatro canzone, pubblicato nel ‘74: un disco ironico che affronta, tra le altre cose, la questione del cambiamento, tema cruciale anche nel dibattito pubblico proprio di quegli anni, attraverso brani che mettono in dubbio l’effettiva capacità delle generazioni dei nati nel secondo dopoguerra di apportare alla società del tempo reali cambiamenti positivi. Dopotutto, si era nel pieno degli “anni di piombo” e l’Italia stava vivendo uno dei periodi più bui di tutta la sua storia.

È con ogni probabilità al terribile avvenimento del 12 dicembre 1969 che si riferisce implicitamente la canzone dal titolo “La peste”, contenuta nell’album “Anche per oggi non si vola”. Il brano si apre con il racconto dello scoppio di una epidemia di peste a Milano: Un bacillo che saltella/che si muove un po’ curioso/un batterio negativo/un bacillo contagioso/Serpeggia nell’aria/con un certo mistero /le voci sono molte /non è proprio un segreto/La gente ne parla a bassa voce/la notizia si diffonde piano/per tutta Milano. Ma la malattia infettiva di cui parla Gaber in realtà parrebbe essere un’altra ed in un certo senso anche più pericolosa: si chiama terrorismo. La gente ha paura/comincia a diffidare/si chiude nelle case/Uno scoppio di terrore/un urlo disumano/la peste a Milano. Il riferimento è probabilmente, come già anticipato, alla strage di Piazza Fontana, presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura, nel cuore della città della Madonnina. Un attentato terroristico che causò 17 morti ed un centinaio di feriti, e segnò una delle pagine più buie della storia d’Italia. “Di fronte al terrorismo o a chi si uccide, c’è solo lo sgomento“, scriverà pochi anni dopo il Signor G. in un verso della contestatissima (e censurata) “Io se fossi Dio”. Ne “La peste”, invece, la canzone impegnata di Gaber non si lascia ancora andare a giudizi o riferimenti espliciti, ma tutto il testo è giocato sull’interessantissimo parallelismo tra l’epidemia della malattia ed il dilagare di una forma di virus letale ma non ascrivibile all’ambito prettamente medico. A Milano c’è gente che muore/la notizia fa un certo scalpore /anche in provincia si muore/la peste si diffonde adagio/poi cresce e si parla di contagio/C’è il sospetto che sia un focolaio/che parte dal centro e si muove a raggiera/dilaga dovunque la peste nera. Con i suoi 45 anni, questa canzone di Gaber sembra oggi più che mai attuale: pare addirittura di percepire, ascoltandola, come una profezia di quello che stiamo vivendo adesso. È scoppiata un’epidemia di quelle più maligne/con bubboni che appestano uomini, donne e bambini/l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che sono sempre presenti. E poi ancora l’abitudine, quella che rappresenta la nostra personalissima comfort zone e che d’un tratto, quando accadono eventi di questo tipo, siamo costretti a rivedere, modificare, cambiare. Ed il disabituarsi richiede tempo ed energie tanto quanto l’abituarsi a qualcosa di nuovo, anche se le due cose vanno di pari passo e mentre ne stiamo lasciando una, ecco che l’altra arriva e si prende i suoi spazi. La peste, la morte, gli eventi tragici come gli attentati, rappresentano per tutti un momento di profonda crisi, ma nell’etimologia greca del termine: una separazione violenta, quasi una lacerazione tra il prima e il dopo, e però anche un periodo di riflessione e di valutazione, precursore di cambiamenti che (si spera, ma non sempre accade) possano portare ad una rinascita. La gente si difende disperata/la peste incalza viene avanti/dilaga, si scatena agguerrita/è anche peggio di quella del Venti/la peste ci viene addosso/la peste non si ferma più.

Aurora Pepa

Giorgio Gaber, “La peste”

 

 

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