L’arte come strategia. Il contributo di Joseph Beuys

Dagli anni Cinquanta del Novecento, dopo l’esperienza dell’Arte Degenerata e dopo il trauma della guerra, in Germania si assiste ad una ripresa delle iniziative artistiche. Ma si tratta di una ripresa lenta e faticosa, il cui linguaggio si potrebbe paragonare a quello di un infante nei primi anni di vita. Ed infatti le esperienze artistiche sembrano andare, in larga misura, verso un comune punto focale: il ritorno all’infanzia, concepita come luogo in cui è possibile ricordare tutto, e la riacquisizione di un rapporto reale ed empatico con la realtà; il tentativo attuato è quello del recupero dei princípi costitutivi del Die Brucke e delle linee-guida del Cavaliere Azzurro.
Come si legge in una lettera scritta a suo fratello da Giaime Pintor, caduto ventiquattrenne in uno dei primissimi episodi della Resistenza partigiana, “le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte”. Fuor di metafora, il compito dell’arte del secondo dopoguerra – in tutta Europa ma più evidentemente in Germania – coincideva con il tentativo di far riemergere le nazioni dall’Abgrund in cui erano sprofondate.

Joseph Beuys (1921-1986) tenta di farlo scegliendo la via di un “riscaldamento” tramite l’iniziativa personale: in altre parole, prendersi cura degli altri a partire da se stessi. Tutto ciò si concretizza evocando ed utilizzando insistentemente materiali che, per loro stessa natura, producono calore o rimandano all’idea di calore (come feltro, iuta, miele, cera e margarina). Ma la scelta personale di Beuys di fare un certo tipo di arte, attraverso veri e propri happenings in cui è il corpo umano stesso a prendersi la responsabilità di riscaldare l’ambiente, trova origine nella sua personale esperienza di guerra. Beuys, infatti, dopo aver aderito alla Hitler-Jugend, si arruola come aviatore durante la seconda guerra mondiale: il 1943, anno in cui il suo aereo viene abbattuto in Crimea, segna la data spartiacque nella vita professionale e privata dell’artista che, soccorso da una tribù di Tartari da cui viene curato e “scaldato” con feltro e grasso, deciderà di indirizzare tutta la sua produzione verso la ricerca – anche informale – del rapporto tra uomo e natura. Per Beuys, far risorgere la Germania equivale a riscaldare un animale morto: è esattamente quello che fa in un happening tenutosi in forma privata il 26 novembre 1965 alla Galleria Schmela di Düsseldorf, in cui tenta di spiegare l’arte pittorica ad una lepre morta che tiene in braccio. La vera dimensione spirituale sta dietro e dentro ad ogni uomo. Tocca all’uomo farsi carico della natura stessa.
Davvero quella di Beuys è una personalità poliedrica e multiforme: artista, combattente, teorico, impegnato nel sociale e persino nella politica, attivista… Probabilmente è a causa di questo ossessionato e continuo tentativo di far aderire l’arte alla vita – e viceversa – che tutto il suo percorso artistico è costellato di episodi caratterizzati da polemiche ed accesi dibattiti nel pubblico interlocutore e destinatario delle sue opere.
La fase più interessante della carriera di Beuys è forse quella corrispondente agli anni Settanta-Ottanta, e per più di una ragione: in primo luogo perché quello è il periodo in cui si percepisce chiaramente nell’artista una totale acquisizione di consapevolezza; in secondo luogo per l’incontro con Andy Warhol, la cui produzione artistica, apparentemente molto lontana da quella di Beuys, rivelerà forti punti di connessione almeno sul piano concettuale; infine perché quelli sono gli anni dei frequenti viaggi in Italia, grazie ai quali entra in contatto con Alberto Burri, che potrebbe essere considerato un degno corrispettivo di Beuys. Innanzitutto perché, come il tedesco Beuys aderì volontariamente e per reali convinzioni morali al nazismo, così l’italiano Burri fu un fervente militante fascista, fin dai primi albori del movimento. Inoltre, come Beuys anche Burri si trovò a vivere, dopo quella già di per sé drammatica della guerra, l’esperienza terribile della prigionia. Ma ben più chiare si fanno le connessioni tra i due se si pensa, a posteriori, alla scelta artistica che Burri fa alla fine degli anni Quaranta (trent’anni prima dell’incontro con Beuys!): la decisione, cioè, di impiegare nelle sue opere materiali che rappresentassero sia la forma che il contenuto del suo lavoro. Una scelta che si concretizza nella nascita del romano Gruppo Origine, i cui intenti vengono esplicitamente dichiarati nel Manifesto stilato nel 1951, del quale Burri è uno dei firmatari. E i richiami reciproci con l’arte beuysiana riecheggiano, a rileggerlo adesso, in maniera evidente: “necessità stessa di una visione rigorosa, coerente, ricca di energia. Ma, primamente, antidecorativa e, in tal modo, schiva da qualsiasi compiacente allusione ad una forma di espressione che non sia quella di un raccoglimento umile ma concreto, proprio in quanto decisamente fondato sul significato spirituale del momento di partenza e del suo umano riproporsi in seno alla coscienza dell’artista”.

CURIOSITÀ: Joseph Beuys è il titolo di una canzone del poeta e cantautore italiano agio Evan, contenuta nell’album del 2018 “Biglietto di solo ritorno”.

Bio Evan, Joseph Beuys (2018)

Aurora Pepa

Comincia la discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *