Nevermind e In utero: i dischi che ancora non muoiono

Il neonato che nuota inseguendo una banconota attaccata ad un amo da pesca è diventato il simbolo della generazione X: stampata sulle t-shirt e sui poster, riprodotta in tutti i manuali di storia della musica, evocatrice di un’epoca storica ben precisa e fonte di ispirazione per tutte le band rock formatesi dagli anni Novanta in poi, quella fotografia è la famosissima copertina di un album che a definirlo solo album si fa peccato. Stiamo parlando di “Nevermind”, ovviamente, il secondo disco dei Nirvana uscito nel 1991 che è divenuto una pietra miliare della musica. Il primo singolo, Smell like Teen Spirit, è considerato l’inno dei “ragazzi apatici” della generazione X, cioè di tutti coloro che sono nati tra il ‘65 e il ‘79. Nato poche settimane prima della registrazione dell’album, voleva essere il tentativo di ispirarsi ai Pixies, gruppo che Cobain adorava. E invece finí per superare i Pixies e tutto il resto, poiché era probabilmente qualcosa che nessuno aveva fatto prima: il videoclip, su YouTube, ha oltrepassato il miliardo di visualizzazioni. Iggy Pop raccontò un giorno che “quando ho sentito Nevermind, ho capito che quel ragazzo che cantava aveva una vibrazione, un qualcosa che sembrava quasi diabolico. Una sera sono andato a vederli ad un concerto: Cobain ha spaccato gli strumenti e poi si è gettato sul pubblico, poco dopo l’ho visto che andava in un bar, e aveva addosso una maglietta degli Stooges. Mi sono sentito fiero”. Nevermind è un disco che colpisce più per le melodie che per i testi, senza dubbio. Le 13 tracce dell’album (12 + una traccia fantasma in coda)  dopotutto parlano per la maggior parte di un amore finito, quello tra Cobain e la fidanzata dell’epoca. Lo stesso leader dei Nirvana aveva dichiarato che mal sopportava il modo quasi ossessivo con cui i giornalisti cercavano di decifrare presunti significati freudiani nascosti nelle loro canzoni. L’elemento sorprendente di Nevermind è proprio Cobain, che trasferisce sulle parole quella rabbia, quella violenza, quel dolore che diventeranno un marchio di fabbrica. Perché molte delle sue canzoni, in fondo, sono urlate, come Breed e Lithium, o anche l’immortale Come as you are, in certi suoi passaggi. Proprio il video di Come as you are, nel quale si mescolano l’onirico e lo psichedelico, ripropone l’elemento acqua che compariva in copertina, con una pistola galleggiante evocata più e più volte pure nel testo: “e io giuro di non avere un pistola”, frase del ritornello che si ripete in maniera costante per tutta la durata della canzone e che in tanti hanno riconosciuto come segno premonitore del tragico destino che avrebbe colpito Cobain nell’aprile ‘94.

Dopotutto, quando i Nirvana iniziarono a lavorare nel 1992 al loro album successivo, che sarebbe stato anche l’ultimo, Cobain aveva scelto come titolo “Io odio me stesso e voglio morire”, modificato su suggerimento del bassista Novoselic con “In utero”, preso in prestito da una poesia della moglie di Cobain, Courtney Love. In utero contiene quello che probabilmente, se dovessimo essere costretti a sceglierne uno, dichiareremmo il vero capolavoro dei Nirvana: Heart-Shaped Box, scritta proprio da Kurt Cobain e colma di riferimenti più o meno immediati. Il cantante disse che l’aveva scritta pensando ai bambini malati di cancro, la Love in qualche intervista dichiarò che fu composta dal marito dentro ad un armadio che avevano in casa. Di certo il rapporto tormentato ma anche morboso tra i due emerge prepotentemente in Heart-Shape Box: il ritornello cita un biglietto che sua moglie gli aveva lasciato scritto qualche tempo prima, urlato con violenza e disperazione. Ma il brano vuole essere anche un richiamo al mondo del femminile e, più nello specifico, ai lavori della critica e femminista americana Camille Paglia, di cui Cobain era un ammiratore. Anche il videoclip del singolo è stato ideato da Cobain: inutile cercare di raccontarlo a parole, va visto e basta. “Quando ho incontrato Kurt Cobain per la prima volta, sembrava a pezzi, come se fosse stato reduce da una pesante baldoria – disse una volta Anthony Kiedis, leader dei Red Hot Chili Peppers – aveva i vestiti strappati, una brutta faccia e l’espressione di uno che non dorme da parecchi giorni: eppure era veramente bello”. Esattamente come la sua musica. 

Aurora Pepa

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